lunedì 23 settembre 2013

500 COMUNI A RISCHIO

500 COMUNI A RISCHIO “FALLIMENTO”, NESSUNO NE PARLA, SONO PIU’ IMPORTANTI LE BEGHE DEL PD ED I MESSAGGI FARNETICANTI DEL BANANA

 

NELL’ITALIA DELLA POLITICA DEL BLA BLA, CON IL CENTRO DESTRA APPESO AL DESTINO PERSONALE DI BERLUSCONI E IL CENTRO SINISTRA SFIANCATO DALLE BEGHE INTERNE DEL PD, NON FA NOTIZIA LO SFORAMENTO DEL DEBITO PUBBLICO OLTRE IL 3%, LA PROBABILE NUOVA PESANTE MANOVRA-STANGATA TAPPABUCHI, IL DIETROFRONT DELL’ANNUNCIATO PAGAMENTO DELLE PA ALLE AZIENDE PRIVATE, IL RISCHIO BANCAROTTA PER 500 COMUNI.

La crisi prosegue nel suo incedere devastante perché i ritocchini del governo Letta non producono la sterzata necessaria e perché la politica, a tutti i livelli dal centro alla periferia, non muove un dito.
Con l’acqua alla gola non sono solamente le migliaia di piccole e medie aziende private, ma addirittura il cartello “chiuso” potrebbe essere presto appeso nel portone dei comuni italiani, cioè in quelle istituzioni ritenute vicine ai cittadini, le più virtuose e intraprendenti nell’amministrare la cosa pubblica, da sempre – fra l’altro – emblema di quella sinistra del “buon governo” che fu.
Non si può fare di tutta un’erba un fascio, ma oramai siamo di fronte a una realtà rovesciata, dove l’eccezione è l’amministrazione pubblica “positiva”, non la mela marcia. Dove sono finiti i grandi sindaci comunisti delle zone rosse, i grandi sindaci democristiani delle zone bianche? Si rivolteranno nella tomba.
Il Patto di stabilità pesa sui municipi, ma il rischio default per 500 comuni ha ben altre radici e altre responsabilità: il malgoverno, scelte demagogiche e populiste dettate da logiche elettoralistiche, favoritismi di ogni tipo, investimenti sbagliati, mancanza di programmazione.
In altre parole, soldi buttati, bilanci in rosso, commissariamenti “de facto”, con i tecnici che amministrano al posto degli amministratori eletti dai cittadini, anche se il più delle volte, in lista sulla base di convenienze interne dei partiti e delle loro correnti interne. Il risultato? Un quasi disastro o un disastro completo. A pagare sono sempre i cittadini, senza più punti di riferimento istituzionali, costretti a pagare sempre di più i servizi essenziali intaccati nella quantità e nella qualità.
Scrive Diego Motta su Avvenire: “Quando si arriva sull’orlo del baratro? Succede quando il sindaco e la sua giunta si accorgono di non poter più erogare i servizi-base alla cittadinanza senza andare in sofferenza finanziaria. A quel punto si aprono due strade obbligate: la dichiarazione di pre-dissesto, che consente al municipio in questione di accedere alla legge salva-Comuni (prestito di 300 euro per ogni abitante da restituire in 10 anni) in cambio del controllo semestrale da parte della Corte dei Conti, oppure l’annuncio del vero e proprio < +corsivo>default< +tondo>, con piano quinquennale di rientro dalle varie pendenze e la possibilità poi di ricominciare da zero. In entrambi i casi, il bilancio del Comune è di fatto “commissariato” e la prima misura a carico della comunità locale è l’innalzamento di tutte le aliquote delle tasse comunali”.
Ecco il quadro dell’Italia reale. Se ne è parlato nel videomessaggio del Cav? Se ne è parlato nell’Assemblea romana del Pd? Non si sa più se ridere o se piangere.
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